VOX  PATRIZIAE

 

 

Mi si chiede di dar conto della da me tacciata “Artisticità” della voce della dott.ssa  e amica Patrizia Ciccani.

Mi si chiede di riportare in parole quella che è un’esperienza “altra”, un “riconoscimento” avvenuto tra un apparente mondo di condizionamento patologico (la tetraparesi spastica) e un apparente mondo di libertà artistica.

E’ vero, senza alcuna premeditazione fu uno shock-a-specchio: il fonico ricalcarsi di due spettri musicali: l’eloquio dell’Attore che canta Dante e le tonali incontrollate evoluzioni della dott.ssa Ciccani.

E le emozioni umane che seguirono non furono propriamente “apollinee”: la dott.ssa prontamente si informò sulle mie reali intenzioni, se per caso non la volessi con il mio vociare, per così dire, menar per il naso.

Disvelato il frainteso, rimase l’evidenza del curioso coincidere”casuale” di vie lontane, l’eretica ricerca di un virtuoso vocale e la “forzata” condizione di una cosidetta “disabilitata”.

L’abbraccio emotivo fu presto seguito dall’illuminazione razionale che spiegava la fatalità e ne metteva in luce la logica “filosofica”, se non proprio “scientifica”.

La scienza newtoniana si nutre di verifiche statisticizzate e di pletore di dati che io, per mia natura devoto all’Unicum, non ho e non voglio avere: quindi non tratterò di una pretesa (newtoniana) scientificità ma di illuminazioni sintetiche e deliri logici caratteristici di un cervello Artistico.

Partiamo dalle evidenze fonico-pragmatiche: l'impossibilità di controllare tonalmente l’emissione sonora legata alla parola detta.

L’impossibiltà di controllare.

Controllare, definire un percorso prevedibile, prestabilire una corretta e condivisa emissione, pre-vedere.....PRE-VEDERE, vedere prima, tra un’infinita serie di possibilità, quale dovrà essere.

Sospendiamo.

Mi risulta da speculazioni fisico-quantistiche che a livello sub-atomico, di una particella sia impossibile determinare con eguale certezza la sua quantità di moto (massa per velocità) e la sua posizione.[1]

Interessante.

Conoscere la posizione, bloccare una particella, fotografarla. Una foto. Anzi un fotogramma. Un fotogramma dal quale io tento disperatamente di risalire alla natura del film, ma non ci riesco, non ci riesco, perché il film accade solo se i fotogrammi sono in movimento , e il film è tutti i fotogrammi, non uno, per quanto bello sia.

Una sezione del Tutto. Un flusso interrotto.

Fermo il flusso e perdo la natura intrinseca. Conosco la posizione e perdo l’energia, cioè la velocità e la massa[2]: se voglio conoscere quella che io chiamo la natura intrinseca ( l’Energia? ) di “qualcosa” la devo lasciare nel movimento, non posso dire eccola, è qui, è ora, è lì, la sua natura è evidente solo nel movimento.

Ritorniamo.

Prevedere, controllare. Predefinire un percorso, una tonalità, una forma, ecco, una forma, imporre alla propria voce una forma, una forma riconoscibile. Imporre una forma, quindi fissare un flusso, ghiacciare un moto, dire qui, questa è la forma, pre-pensarla senza Ascoltarla: impedire,

ostacolare la manifestazione della natura intrinseca del suono vocale, l’Assoluto non si manifesta.

Ben venga, invece e dunque, l’incontrollato, la libera creazione vocale, artistica perchè svelante, pur nell’inconsapevolezza,  un ALTROVE, tanti Altrove, che dipingono una percezione di Cosmo meno sezionato, meno parziale.  E per parziale intendo la triste e più o meno obbligata scelta di una forma tra mille possibili, un uni-verso tra mille possibili, così come già lamentava Heidegger; e Lacan[3] (a suo modo).

E fin qui il dialogo tra sé e sé, considerazioni autistiche.

Ma poi viene il gioco dell’io-tu, della relazione tra  apparenti  “separati”.

Fatti siam di particelle e quindi, in un logico delirio, siam movimento e non stasi; se ci fissi ci perdi, ti perdi la nostra “natura intrinseca” fatta di massa e velocità forse più che di posizione.

Indi per cui, vocando ”Tu !” , l’ ”io” ti fissa in una serie di forme pre-concette che predisegnano il “Tu”, lo incatenano allo SPAZIO TEMPO, al qui.

E tutto questo implica un pre-concetto pre-definito di vocalità canonico-comunicativa: l’eloquio del “normale”, stigmatizzabile in una serie di parametri statisticamente ricorrenti per l’essere umano.

Ma poi, la tetraparesi si autoproduce in fonazioni im-pre-vedibili e ti-ci sconvolge, ci sposta, e, in-controllata, sorprende ed atterrisce se stessa, mi-ci obbliga ad una sorpresa, ad un imbarazzo[4] che travolge il prepensato, ad un ascolto imprevisto che sfugge ad ogni forma canonica e si affida, trascinato dalle folli evoluzioni tonali di un’ ”arte spastica”.

Lapalisse esulta ora con il suo “ Ma certo!” “E’ tutto più chiaro!”: una trama si evidenzia nell’intricato delirio filosofico.

E qui ci sovviene ancora di un Heidegger che ammonisce che, certo, il linguaggio è la casa dell’Essere, ma la manifestazione dell’Essere può avvenire solo quando le parole mancano a se stesse, si perdono e non si trovano, rinunciano alla loro stessa pre-forma: e io aggiungo che anche la fonazione che rinuncia al pre-definirsi riecheggia dell’Essere, quell’Essere che non può essere racchiuso in un qui-qua-tu-questo-così. Quell’Essere che si ”mostra” e non si dice ( Ah! Buon Wittgenstein[5]…) e si mostra attraverso il suono, si suona attraverso la voce, che tradisce se stessa per patologia o per arte e così, tradendosi, si ri-trova e si di-svela.

 


 

[1]D. Sette “Lezioni di Fisica”: “..quanto più esattamente si determina la posizione di un fotone tanto meno precisa risulta la determinazione della quantità di moto e viceversa.” E’ il Principio di Indeterminazione, mostrato da W. Heisenberg nel 1927.

2 Einstein: E = mc2

[3] Il “manque” lacaniano, cioè l’Alienazione che riceve il bambino nell’interpretazione iniziale delle sue pulsioni alle quali vengono FISSATE delle Parole dagli adulti, che ne scelgono una per descrivere quell’emozione.

[4] Vedi paragrafo “Sentimenti, pensieri, emozioni suscitati in chi ascolta” della dott.ssa Ciccani

[5] Dal Tractatus: ”Ma v’è dell’ineffabile. Esso mostra sé, è il Mistico.”